sabato 2 febbraio 2008

Pittura italiana nelle collezioni del Museo Pushkin a Verona


(Verona) Non è una mostra. Partiamo da questo presupposto per provare a valutare l'esposizione che si sta avviando a chiusura in questi giorni a palazzo della Ragione a Verona. Non è una mostra, si tratta di opere che non cercano in alcun modo di tratteggiare una storia, una vicenda, di recuperare le battute di un dialogo, le voci di un linguaggio. Trattasi di ottanta opere, della pittura italiana, dal Cinquecento al Novecento, spostate dalla sede moscovita e trasferite a Verona.

Un'operazione commerciale, un progetto minimale e quasi rinunciatario? Forse. Resta che vi sono mostre più ambiziose che falliscono miseramente i loro programmi, ricostruzioni ardite che mancano gli obiettivi prefissati. E' un tipo di esposizione alla quale ci si deve accingere come se si fosse intrapreso un viaggio a Mosca e ci si muovesse tra le sale del museo. Tra l'altro riallestite e con più respiro tra le opere. Si potrebbe dire che è meglio andarle a vedere al loro posto, nella loro sede originale, che l'esperienza è in parte deprivata della sua emozione. Senz'altro è vero, ma va anche detto che può capitare di recarsi in Russia, smaniosi di ammirare quei capolavori e trovare numerose sale chiuse (è capitato a chi vi scrive). Allora, bando ai preconcetti e godiamoci alcuni delle opere che erano state offerte a Verona.

Tra le opere del Cinquecento, una menzione speciale meritano un notevolissimo Compianto sul Cristo morto di Cima da Conegliano, e una Madonna del Latte di Lorenzo Lotto, tutta accensioni e luce trascorrente, il volto del Bambino voltato e nascosto, ma anche, per restare a Venezia, il tour de force prospettico del canocchiale in cui Paris Bordon impagina il suo Augusto e la Sibilla.

Se il Giulio Romano sembra aver indossato, in certe sue durezze, nella Donna allo specchio, i panni del nordico italianizzante, Bronzino nella Madonna con Bambino che fa da copertina alla mostra si rivela meraviglioso erede della civiltà mentale, ideale, che è magna pars dell'arte italiana, quella che è di Giotto, di Piero, di Raffaello, in anni in cui una luce accarezza ancora con una certa dolcezza i corpi, senza mineralizzarli.

Un filo rosso che è agevole seguire anche nella sala successiva con le opere mirabili degli emiliani: la versione di Giuseppe e la moglie di Putifarre, di Guido Reni, le figure bloccate in un viluppo di forze e di linee che si bilanciano perfettamente, come sempre nel Divino. La violenza, l'urgenza di passioni, di moti, non sono mai assenti ma trovano sempre il baricentro di un equilibrio, la distanza di un'attrazione matematica che crea una sospensione, una pausa in cui tali contrasti sembrano risolversi ed annullarsi. Bellissima anche l'Allegoria della fede di Guercino (è buono, è buono...), con quell'ostia levitante, come un disco volante, sopra lo scintillare del calice.

Spazio ad altre storie, ad altre sensibilità nelle sale successive. Si prende coscienza che l'Italia ha sempre le due anime con sè: il rigore e il classico da una parte, l'agitazione, l'affiorare di incontrollabili slanci ed eroici furori, dall'altro. Ecco i genovesi, allora, Ansaldo, il Grechetto, i napoletani, - che magia quell'Eliodoro cacciato dal tempio di Bernardo Cavallino! - le Grazie roride di Sebastiano Mazzoni. E poi l'estroso exploit, moraleggiante ma non privo d'ironia, della Vecchia allo specchio di Bernardo Strozzi, e il commovente ed ingenuo Ripudio di Agar di Cristoforo Savolini, tutto lacrimoni, occhi gonfi e ombre alla Guercino.
Poco oltre il mirabile Lazzaro mendicante di Paolo Pagani, e una stranissima Adultera di Luca Giordano, contraffazione all'olandese del giovane napoletano, come indicato da Federico Zeri che si accorse della sua firma. Forse un po' sottotono la sezione del vedutismo, con un paio di bei Canaletto giovanili, qualche Bellotto, Marieschi.
Da ricordare anche la Morte di Didone, del vecchio Giambattista Tiepolo, ormai in grado di racchiudere in tele di poche decine di centimetri mondi di visioni, sensazioni, emozioni.

Si può obiettare su alcune scelte (ma la collaborazione con il Pushkin continuerà e non si potevano sparare subito tutte le cartucce), sulla debolezza del progetto, ma non sul fatto che la mostra fosse un'occasione per vedere alcune opere meravigliose, senza preoccuparsi troppo che i confronti fossero riusciti, che mancasse qualche snodo.
L'allestimento è piuttosto semplice e, perciò, anche apprezzabile. Anche arioso, per certi versi: poche opere, disposte senza sovrapporsi, senza saturare le pareti, con il giusto respiro, spesso (non sempre) bene illuminate. Il bianco dello sfondo "ammazzava" qualche quadro, le sezioni con le gigantografia di alcuni particolari un po' esagerate, gli obelischi con le prese corrente un vezzo che bisognerà cercare di arginare (il restauro del complesso trecentesco è per certi versi discutibile) ma nell'insieme si apprezzava una certa pulizia dell'insieme che comunque non trasformava l'esposizione in quella serie di tunnel scuri con quadri trasformati in schermi tv.

Contenuti: s.v.
Qualità delle opere:***
Allestimento: **1/2
Catalogo: **
Sede Espositiva:**
Giudizio Complessivo:***

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