sabato 20 ottobre 2007

La fontana colorata

La fontana di Trevi colorata di rosso da un sedicente nuovo gruppo futurista ha, come accade spesso, mostrato la debolezza di pensiero di gran parte della classe politica italiana. Da un lato, chi ha gridato all'atto vandalico e ha parlato di oltraggio alla città. Dall'altro chi, sentendo parlare di futurismo, Marinetti, ha guardato con simpatia all'iniziativa, come se fosse la marachella di un nipotino cui si vuol bene. Infine, chi ha trovato semplicemente "bella" la fontana, così colorata. In effetti, il gesto, che non ha arrecato danno al monumento, ha offerto un'immagine nuova a un monumento incrostato dalle vedute da cartolina, dalle foto a ripetizione dei turisti e dai fotogrammi della "dolce vita". Ce l'ha resa visibile, ci siamo, di nuovo, accorti di lei. Costretta alla ripetizione eterna di un getto d'acqua, è stata obbligata ora ad un'apparizione nuova, "barocca", molto più che futurista. Ed è una provocazione, che, se è forse diseducativa, non è poi così pericolosa.
Il vero problema è che le stesse persone che si scandalizzano per l'atto di colorare l'acqua della fontana, non fanno nulla per impedire il degrado di una città i cui monumenti sono lasciati spesso a loro stessi; in cui un pennarello su una scultura può fare molto più male; in cui i SUV possono parcheggiare davanti alla facciata di Santa Maria della Pace di Pietro da Cortona e i veleni nell'aria sono un pericolo più subdolo e più reale. L'omaggio al nostro patrimonio è sempre formale: è la nostra identità, una bandiera, un passato di cui andiamo orgogliosi. Giustamente: visto il confronto con il presente. Ma poi lasciamo che le parole d'omaggio ci permettano di continuare a non fare più niente. A non creare più niente oggi. A non salvare più niente di quello creato ieri.

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