(Bologna) Amico Aspertini fu uno dei pittori più amati da Roberto Longhi per il suo sapore aspro nella definizione delle forme, affilate, sul filo del grottesco e dello spiacevole, per quel tanto d'espressionista che pare rappresentare la quintessenza di un versante inquieto della cultura padana che risale sino a Vitale da Bologna, crinale meno praticato ma pure esistente della pittura emiliana, che non vive solo di classicismo e composizione accademica.
La mostra di Bologna, nelle sale della Pinacoteca Nazionale si propone di illustrare il percorso interessante e particolare di questo maestro capace di inseguire e aggiornarsi, con interpretazioni sempre personalissime, su quanto avveniva in varie parti d'Italia da Roma a Venezia a Ferrara.
Attratto dapprima dalle antichità cui si accosta con particolare atteggiamento, rielaborandole da par suo, «uomo capriccioso e di bizzarro cervello», come volle a definirlo Vasari che ne delinea un sapido ritratto di praticone, capace di dipingere con entrambe le mani. La mostra documenta in modo rapido ma abbastanza esaustivo i primi tempi di Aspertini, lo sguardo rivolto alla particolare cultura degli anni di Alessandro Borgia. Dalle attenzioni rivolte in ispecie a Pinturicchio e Perugino, il pittore passa ad un accostamento alle soluzioni adottate da Filippino Lippi e anche Giovanni Antonio Boltraffio che fanno giungere a Bologna loro opere per le chiese cittadine nei primissimi anni del Cinquecento.
Si recupera una traccia anche per l'interesse che il pittore dimostrerebbe nei riguardi della pittura di Durer, di Giorgione, ma tali riferimenti appaiono più vaghi e non sempre bene documentati. Se la stagione lucchese, che segna anche la concezione del capolavoro di Aspertini, gli affreschiche realizza nella chiesa di San Frediano, è documentato dalla pala del Museo Nazionale di Villa Guinigi, tre importanti ritratti accostati ad altri di Boltraffio e Francia, testimoniavano la particolare sensibilità che il maestro dispiega anche in questo campo. Con il passare del tempo, Aspertini rivela un crescente interesse per la maniera moderna di Raffaello, Giorgione e Michelangelo: a tutti questi maestri il pittore cede in qualcosa e le opere maggiori denunciano una maggiore monumentalità, volumi espansi e accresciuti. Nelle opere minori, di formato ridotto, è invece con la cultura ferrarese di Ludovico Mazzolino e Ortolano che i legami sono più forti come visibile nella sezione finale della mostra, quella in cui si avverte un pittore che rischia di andare fuori tempo rispetto alle soluzioni dei primi manieristi quali Parmigianino.
Interessante la sezione dei disegni, uno spazio è invece dedicato anche alla miniatura, attività cui si dedicò, insieme alla produzione di disegni per l'incisione libraria.
Si direbbe che la prima monografica sul pittore avrebbe meritato lo sforzo di una raccolta maggiore di opere di contesto. Soprattutto i vari passaggi dello stile del pittore non sono sempre ben comprensibili, soprattutto per un visitatore "non addetto". Anche se va apprezzata la scelta semplice ma sempre efficace della scansione cronologia, non sembra che la dichiarata influenza della pittura veneziana sia stata sufficientemente documentata in mostra attraverso confronti.
Una buona occasione, ad ogni modo, per seguire le fila della cultura artistica a Bologna, soprattutto nei primi anni del Cinquecento.
Amico Aspertini 1474-1552
Bologna, Pinacoteca Nazionale
27 settembre 2008 - 11 gennaio 2009
Tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00
Chiuso il lunedì
Contenuti:**1/2
Qualità delle opere:***
Allestimento: ** (mortificanti i neon sotto i ritratti)
Catalogo: ***
Sede Espositiva:** (ma perchè azzerrare la permanente di 400-500?)
Giudizio Complessivo:**1/2
venerdì 10 ottobre 2008
Amico Aspertini a Bologna
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10/10/2008 09:10:00 PM
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martedì 16 settembre 2008
Andrea Riccio e il suo tempo a Trento
(Trento) Andrea Riccio rappresenta una figura di grande interesse per la scultura bronzea rinascimentale. Allievo di Bellano, ma forse anche direttamente a contatto con il plastificatore cremonese Fonduli, Riccio si muove nell'orbita dell'immediato seguito al soggiorno di Donatello a Padova.
La mostra non si propone come monografica, quanto, invece, come una mostra 'di contesto' mettendo insieme per confronto non solo opere di altri scultori a lui contemporanei, ma anche opere pittoriche e stampe.
La prima sezione si propone di ricostruire l'ambiente padovano: accanto a opere di Donatello legate alla sua permanenza in veneto - la terracotta del Gattamelata, un rilievo in marmo dall'altare (forse un pannello bronzeo sarebbe stato più utile) - si poteva ammirare la Madonna col Bambino commissionata da Pietro Bembo a Pietro Lombardo, pezzo di grande sensibilità e delicatezza, che ben si associava con le Madonne col Bambino pittoriche proposte in mostra, in particolare quelle di maggiore vicinanza all'ambiente mantegnesco (un po' meno quelle di Bellini). Una scoperta è rappresentata dalle opere in terracotta di Giovanni de Fonduli da Crema, plastificatore elegante, dalle tipiche fisionomie allungate e di grande naturalismo. La rassegna passa poi a esaminare l'attività di Bartolomeo Bellano, in particolare sono presenti due putti reggistemma dalla chiesa di San Francesco a Padova. Scultore risoluto nelle volumetrie, con figure talvolta un poco tozze, deve avere dato molto a Riccio, soprattutto per quanto riguarda la vena narrativa purtroppo non testimoniata in mostra da rilievi significativi. Più modesta la sala dedicata al tema della Pietà, e un po' forzata, se vogliamo, anche la presenza della tela con la Pietà di Jacopo de' Barbari.
Il passaggio obbligato è poi alla nascita del bronzetto all'antica vero e proprio, con pezzi mirabili come il Pastore che munge la Capra Amaltea di Riccio o il San Girolamo di Bellano, o anche alcuni rilievi disiecta membra da monumenti perduti dove si apprezza la particolare articolazione dello spazio in Riccio, secondo un senso che vuole il fondale quasi 'esploso' nel primo piano, senza alcun tentativo di fare proprio lo stiacciato donatelliano. Nell'ambito della diffusione della cultura rinascimentale del bronzetto, figura importante è anche Severo Calzetta da Ravenna, in contatto con la bottega dei Lombardo, di cui si possono ammirare alcune meravigliose teste dalla Galleria Estense di Modena. Sono oggetti che svolgono anche una funzione d'uso: sono portelle di tabernacolo, placche che ornavano i vestiti, lucerne, calamai, fermacarte. L'intellettuale umanista si circonda di oggetti che ne accompagnano ogni gesto col valore aggiunto di un gusto erudito. Correttamente erano esposti alcuni di questi bronzetti in associazione con due dipinti (di Lotto e di Cima da Conegliano) che presentano SAn Girolamo quale prototipo dell'umanista.
Non sempre le associazioni con i dipinti sembrano puntuali, talvolta anche le stampe mantegnesche sono più di evocazione che di preciso modello: è il caso del tema del Cristo al limbo che Riccio pare non prendere in grande considerazione.
Col passare degli anni, inoltrandosi nei primi anni del Cinquecento, il gusto di Riccio si fa più sicuro nella ripresa dell'antico, in associazione con le esperienze compiute dai suoi colleghi in Italia centrale (che forse avrebbero potuto essere meglio documentate). Bellissima la scultura di San Canziano dall'omonima chiesa veneziana, in terracotta, vero Dorifero neo-classico, e i rilievi dalla Ca' d'Oro come anche quello presente dallo smembrato monumento Della Torre di Parigi. Riccio sembra ora fare suo un linguaggio più composto, con fondi più neutri e meno convulsi, in cui far risaltare nettamente le figure. La mostra si conclude con una panoramica degli artisti classicisti in scultura a Padova al principio del Cinquecento, con maestri quali Mosca - esposto un suo bellissimo Marte in riposo, con il mantello spiccato dal vento e un grado supremo di finitezza - e Pirgotele, con un busto di Cristo e una testina di cristallo di rocca di grande nobiltà.
Le riserve principali riguardano la scelta di alcuni pezzi, tutto sommato poco funzionali al percorso proposto. Alcune stanze appaiono un po' superflue, come quella dedicata a Trento e alla cultura umanista al tempo di Riccio, e forse anche quella con i confronti di pezzi antichi. Anche la presenza di alcune opere 'fuori cronologia', fino al 1570, disorientano il visitatore, non appare sufficientemente motivati.
Iconfronti proposti, come detto, hanno talvolta un che di accessorio e decorativo, ma in alcuni casi sono invece appropriati e riescono a fare emergere correttamente il sapore di un tempo e di un'epoca. Complessivamente una mostra da consigliare, non scontata, e con alcune opere importanti, da non mancare. L'allestimento, snodandosi nelle suggestive stanze del Castello del Buonconsiglio, non brilla per originalità, ha alcune cadute piuttosto gravi - l'illuminazione dal basso delle sculture a figura intera, ad esempio, - ma anche teche abbastanza 'pulite', non eccessivamente invasive sul pezzo.
Contenuti:***
Qualità delle opere:***
Allestimento: **
Catalogo: ***
Sede Espositiva:****
Giudizio Complessivo:***
Rinascimento e passione per l'antico. Andrea Riccio e il suo tempo
Trento, Castello del Buonconsiglio
fino al 2 novembre
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9/16/2008 08:44:00 PM
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sabato 6 settembre 2008
Al via le giornate del patrimonio 2008

Una buona occasione per riscoprire il museo sottocasa, il palazzo storico del nostro comune, perennemente chiuso, la villa alla quale passiamo davanti ogni giorno per andare al lavoro e che ci chiedevamo come fosse fatta.
Queste sono le giornate del patrimonio, che sono un po' una continuazione delle giornate del FAI, ma che coinvolgolo soprattutto monumenti pubblici statali.
Visite guidate ai musei, alle collezioni pubbliche: l'opportunità per tornare ad abitare quelli che sono i veri luoghi dell'animo, il vero orizzonte del nostro sguardo.
Tra le cose che segnalo, ai residenti in Veneto, le molte iniziative che coinvolgono villa Pisani a Stra, villa Pojana, la scuola e la chiesa di San Giovanni Evangelista a Venezia.
Ma c'è solo l'imbarazzo della scelta.
Giornate europee del patrimonio
27 - 28 settembre 2008
ITALIA
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9/06/2008 09:20:00 PM
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sabato 30 agosto 2008
I due volti della cultura a Verona: Girolamo dai Libri
(Verona) Nel 1568 Giorgio Vasari è a Verona, e tra le cose che più lo emozionano è una Deposizione dalla croce conservata nella chiesa di Santa Maria in Organo, dipinto nel 1500 da un giovanissimo artista sedicenne. Si tratta di un'opera di un straordinario pittore-miniatore, che, pur godendo di grandissima considerazione in vita, è oggi ai più pressochè sconosciuto.
Ne fa rivivere le glorie una mostra interessante che fino al febbraio dell'anno prossimo si tiene nelle sale del Museo di Castelvecchio. Oltre alle pale d'altare saranno visibili anche i molti codici miniati approntati da Girolamo e dalla sua bottega, che rivelano un linguaggio mantegnesco, non ignaro della riforma dello "Stile Dolce".
Questo interessantissimo artista, che era possibile ammirare anche qualche tempo fa alla mostra veronese dedicata a Mantegna, rappresenta un'occasione per approfondire un momento di vita artistica del primo Cinquecento a Verona, veramente trascurato dalla critica e dagli studi. Nella stessa città assistiamo dunque a due progetti diametralmente opposti: da un lato una mostra costosa di importazione, con capolavori sottratti al proprio museo d'origine per la pigrizia di migliaia di visitatori (quella dei capolavori del Louvre cui si è molto dibattuto negli ultimi mesi); dall'altra una mostra di studio, ma gradevolissima anche per il vero amante curioso, che cerca la vera conoscenza del tempo e del gusto, per di più legata a doppio filo con la storia della città.
Consigliatissima.
Per Girolamo Dai Libri pittore e miniatore del Rinascimento veronese
Museo di Castelvecchio
fino al 15 febbraio 2009
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8/30/2008 12:39:00 PM
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mercoledì 4 giugno 2008
Annullata la mostra di Verona dei capolavori del Louvre
Come saprete, Marco Goldin ha ufficialmente comunicato l'annullamento della mostra dei Capolavori del Louvre che era prevista per settembre a Verona. E' sempre un peccato che iniziative culturali non vadano a buon fine, ma ci sono almeno alcune considerazioni che non ci faranno rimpiangere troppo questa occasione mancata.
La mostra di Verona si profilava come l'ennesima esposizione di capolavori senza alcuno spessore scientifico o interesse didattico. Certo qualche italiano in più avrebbe visto qualche quadro in più. Ma stiamo parlando di uno dei musei più visitati al mondo, tra le mura del quale l'italiano è una delle lingue che capita più facilmente di sentire.
Per il resto sono opere che difficilmente il visitatore medio avrebbe degnato di grande attenzione, nel consueto tour all'interno del vastissimo museo. Ma l'evento-mostra, la sensazione di irrepetibilità, di qualcosa che ci raggiunge e che poi tornerà lontano avrebbe creato quell'attesa e quella aspettativa per la quale sono soliti accorrere folle di 'amanti' dell'arte: opere spesso non legate da alcun possibile elemento storico, se non quello di vivere negli stessi ambienti del Museo, aver conosciuto le stesse vicende collezionistiche. Ma l'opera d'arte vive in un suo habitat, il fatto di occupare un luogo unico nello spazio sta la sua forza, il senso di irripetibilità che è della vita. Ma la mostra è un misero tentativo di tradire questa sua unicità. Non può vivere la stessa magia di una rappresentazione musicale che si comincia qui ed ora e poi scompare. L'arte visiva ha nella 'permanenza' gran parte della sua aura. Le mostra si giustificano solo se si riesce a far instaurare nuovi dialoghi, nuove relazioni tra opere che non si sono mai parlate, o non lo fanno da molto tempo, in modo che da quelle associazioni possa nascere una comprensione maggiore, una percezione diversa del loro essere. Oppure si giustificano se permettono di ammirare quadri di collezioni inaccessibili. La mostra di Verona avrebbe rappresentato una forzata e un po' indegna deportazione di capolavori, creati dal genio italiano, ma che hanno acquistato ormai casa in luogo accessibilissimo e assai visitato, neanche troppo distante. Quante delle persone che avrebbero affollato la mostra, hanno visitato il Museo di Castelvecchio? Sono i luoghi quelli che dobbiamo difendere, non queste iniziative che portano grandi ritorni di immagine e di soldi ma mortificano la missione di tutela e conoscenza che dovrebbe essere il vero obiettivo delle amministrazioni pubbliche.
Così mentre taluni musei italiani sono senza personale, senza custodi, e restano chiusi rendendo inaccessibili quei capolavori che richiamerebbero migliaia di persone se fossero inseriti nell'industria dell'effimero, le amministrazioni locali cercano queste attrazioni fenomenali per rendere grande la città.
Che sia colpa delle lentezze burocratiche o che al Louvre siano improvvisamente rinsaviti - ma dopo le succursali ad Abu Dabi ne dubitiamo - la notizia dell'annullamento della mostra, dunque, non deve essere presa troppo negativamente. A Verona ci siamo risparmiati non una grande mostra ma il Circo Louvre. Ci consoleremo con qualcos'altro. E se capiterà di essere a Parigi non imprecheremo per un incontro perduto, che ci era dovuto. La Belle Ferronière ringrazia. Alla prossima.
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6/04/2008 03:40:00 PM
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lunedì 2 giugno 2008
Il Quattrocento a Roma. La rinascita delle arti da Donatello a Perugino
(Roma) Fra le grandi scuole pittoriche del Quattrocento quella romana certo non è quella che sinora ha goduto della maggiore considerazione critica. Le scelte decisive per la storia dell'arte sembrano avvenire altrove, in quel secolo meraviglioso dove assistiamo a un incredibile policentrismo di iniziative, invenzioni, in gran parte determinate dall'intraprendenza e dall'intellingenza delle corti italiane. Ma tutto sembra avvenire altrove: a Firenze, l'invenzione del Rinascimento; ad Urbino; a Ferrara; a Milano; e poi tra Padova, Venezia, Mantova. Roma sembra entrare in scena solo dopo, sullo scorcio del secolo, e, soprattutto, nei primi anni del Cinqucento.
Obiettivo dell'interessante mostra in atto al Museo del Corso è dimostrare come nel XV secolo si siano messe in atto tutte quelle iniziative capaci di trasformare il volto della città e di condizionare il percorso di grandi maestri che, per varie ragioni, entrarono in contatto con l'Urbe, per prendere parte a importanti commissioni pubbliche o arricchire la propria cultura attraverso lo studio dell'antico. Dopo i difficili momenti conosciuti nel corso del Trecento, Roma vuole ripresentarsi al mondo come la vera capitale civile, morale, religiosa, della cristianità. E questa volontà passa attraverso l'allestimento di straordinari capolavori d'arte.
Proprio l'antico è una delle prime sezioni che il visitatore incontra nella mostra: i disegni tratti dalle vestigia del passato, ad opera di Pisanello, Benozzo Gozzoli, le sculture di Antonio Pollaiolo ben documentano una passione inestinguibile che coinvolge anche maestri tradizionalmente identificati come appartenenti ancora al così detto 'Tardogotico'.
La sezione più interessante della mostra, tuttavia, è quella riguardante la pittura e la scultura di quegli anni. Si potevano ammirare alcune parti dello smembrato Polittico della Neve per Santa Maria Maggiore eseguito da Masolino e (in misura assai minore) da Masaccio, nel terzo decennio del secolo. Un testo fondamentale per la penetrazione delle conquiste rinascimentali a Roma. Ma le parlate potevano convivere senza contrasto, come dimostra la Madonna di Velletri di Gentile da Fabriano, dalla chiesa dei Santi Cosma e Damiano, capolavoro tardogotico, assai danneggiato, di sottigliezze e tenerezza umana straordinaria.
Man mano che ci si addentra nel secolo la parlata riformata proveniente dalla Toscana sembra prendere il sopravvento: Filippo Lippi è presente con la Madonna col Bambino e l'Annunciazione di palazzo Barberini, mentre fra Beato Angelico con una predella con storie di San Nicola per San Domenico a Perugia (1437) e una Testa di Cristo da Palazzo Venezia. L'Angelico è una figura chiave di questi anni a Roma, in quanto autore in Vaticano della meravigliosa decorazione della Cappella Niccolina (1448-49).
L'esposizione cerca di documentare anche quella che potremmo definire come la vera e propria scuola romana: artisti di provenienza romana o dell'entroterra laziale che denunciano interessanti capacità di aggiornamento, con interferenze umbro-marchigiane, ma anche forme di arretramento che non consentono una riabilitazione completa delle loro qualità. Se Antoniazzo Romano è un artista meraviglioso capace di dialogare con intelligenza con le correnti più vitali della pittura italiana del Quattrocento, così non si può dire di altri maestri provenienti dal viterbese.
Ben riuscita la piccola saletta che esponeva insieme l'indimenticabile Madonna di Sinigallia di Piero della Francesca (con quella finestra di luce trapassante che annuncia le sospensioni luminose di Vermeer) e le teste degli angeli di Benozzo Gozzoli, a testimonianza di quella cultura prospettica che contagia ormai in modo indelebile la cultura artistica romana. Poi la mostra sembra procedere con troppa fretta verso le conquiste del Cinquecento, il gruppo della Cappella Sistina: passando prima per la Madonna delle rocce di Mantegna incontriamo quindi Pinturicchio, Perugino, Filippino Lippi.
Per quanto ci riguarda una delle acquisizioni più interessanti di questa mostra è consistita nella sezione dedicata alla scultura, con entusiasmanti opere di Mino da Fiesole, Giovanni Dalmata e Domenico Gagini, Andrea Guardi e Paolo Romano. Di quest'ultimo di poteva ammirare la ricostruzione dei rilievi del bellissimo ciborio di San Pietro che ornava l'altare maggiore della basilica dal 1475.
La mostra si rivela assai meritoria per il tentativo di abbracciare nella sua interezza un secolo, tutto sommato, tra i meno noti e apprezzati della storia artistica dell'Urbe. L'ampiezza e la vastità delle conquiste che quegli anni conoscono non riescono però a emergere con tutta la forza necessaria. Alcuni passaggi sembrano troppo affrettati e non crediamo che il visitatore abbia spesso tutti gli elementi per coglierne la complessità. Non aiutava l'allestimento, realizzato attraverso un itinerario a cunicoli, spazi stretti, sale mal distinguibili le une dalle altre, con i materiali talvolta costretti ad associazioni forzate. Ad ogni modo un'occasione da non mancare, con alcuni capolavori, e altre opere di grande interesse, ma leggermente deludente in relazione alle aspettative.
Il '400 a Roma. La rinascita delle arti da Donatello a Perugino
Roma, Museo del Corso
29 Aprile - 7 Settembre 2008
A cura di: Claudio Strinati, Marco Bussagli e Maria Grazia Bernardini
Tutti i giorni dalle 10,00 alle 20,00
Giovedì e venerdì dalle 10,00 alle 23,00
Contenuti:***
Qualità delle opere:***
Allestimento: **
Catalogo: **
Giudizio Complessivo:***
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6/02/2008 12:21:00 PM
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domenica 18 maggio 2008
Sebastiano del Piombo 1485-1547
(Roma) Prorogata fino al 2 giugno, l'imperdibile mostra su Sebastiano del Piombo, prima che si trasferisca a Berlino.
L'esposizione rappresenta la prima monografica sul grande maestro veneto, destinato per circostanze storiche a rappresentare sempre il terzo incomodo, quello, però, sempre un po' in disparte, mancante del genio assoluto e indiscutibile dei suoi colleghi. A Venezia, è medaglia di bronzo dopo Giorgione e Tiziano, a Roma è schiacciato dal dualismo un po' forzato tra Michelangelo (suo grande amico e procacciatore di disegni d'invenzione, fino alla clamorosa rottura) e Raffaello. Sempre sul podio e mai vincente.
La mostra di Palazzo Venezia permette di rivedere in parte questo giudizio. La prima sala, probabilmente la più bella, offre la straordinaria occasione di ammirare insieme la Pala di San Giovanni Crisostomo, con le ante d'organo di San Bartolomeo di Rialto e il Giudizio di Salomone di Kingston Lacy, uno dei quadri più enigmatici del Rinascimento veneziano. Tutti quadri che si datano agli anni veneziani, prima della partenza per Roma nel 1511, per decorare la villa di Agostino Chigi.
In mostra, Mauro Lucco propone per la pala di San Giovanni, una anticipazione al 1506-1508, prima delle ante d'organo, mentre il Giudizio si collocherebbe intorno al 1506 con riprese sino al 1509. Non sono questioni di mera filologia cronologica: qui si tratta si stabilire la primogenitura di certe invenzioni fondamentali, di comprendere quale fosse il rapporto dare-avere tra Tiziano e Sebastiano. Questi, più anziano di circa 5 anni, viene considerato da Lucco, nel saggio in catalogo, come un fondamentale innovatore, anche per la concezione della pala d'altare, in numerosi aspetti, come la costruzione dinamica, ruotata e asimmetrica della sacra conversazione. Il confronto fra la Vergine saggia di Washington e la Dorotea di Berlino, quest'ultima realizzata nei primi anni romani, è parlante dell'accelerazione a cui Sebastiano sottopone la sua arte a contatto con i sconvolgenti testi di Michelangelo e di Raffaello. L'impianto diviene più saldo, l'incarnato più affocato, il preziosismo cromatico ora appare più smaltato, come di pietra preziosa.
La seconda sala offriva alcuni straordinari esempi della ritrattistica di Sebastiano, profondo e commosso indagatore dell'animo umano: come il tour de force virtuosistico dell'Uomo d'arme di Hartford, che campeggia nella locandina della mostra, il terribile Andrea Doria di Genova e il Paolo III di Parma. Altri ritratti, anche per il cattivo stato di conservazione, apparivano più spenti e meno penetranti, andando a presentare una campionatura forse eccessiva.
Il gran colpo finale Sebastiano e la mostra a lui dedicata se lo riservano nell'ultima sala dei dipinti, con la meravigliosa Pietà di Viterbo (1513-16), notturno desolato di un dolore perpendicolare con la Vergine implorante una luce lontana sul corpo intatto, delicatissimo, del Cristo adagiato sul panno candido. Questo capolavoro e la Sacra famiglia di Burgos (1519-20), che pare segnalare l'avvicinamento a certi allievi di Raffaello, il Cristo portacroce di Madrid, fanno comprendere quali frecce Sebastiano avesse ancora al suo arco, ma non cancellano l'impressione di una chiusura in tono un po' dimesso, con la perdita di una certa qualità e inventiva generale.
Piuttosto debole e con fogli non sempre di attribuzione perfettamente condivisibile la sezione grafica, mentre in qualche modo superflua e come estranea al percorso della mostra sembrano le due sale dedicate alla fortuna di Sebastiano. Una dedicata alla fortuna spagnola di alcune invenzioni di Sebastiano, l'altra con esempi di Marcello Venusti, Scipione Pulzone e Jacopino del Conte, intende documentare la fondamentale lezione di Sebastiano sulla pittura del Cinquecento romano in qualità, secondo la felice espressione di Federico Zeri, di inventore della "pittura senza tempo". Ma credo risulti in un certo qual modo di difficile comprensione al visitatore capire la presenza di quelle opere a chiusura di una mostra che era stata, sino a quel momento, una "monografica pura".
Una mostra importante, che ci restituisce le qualità di un pittore che resterà per sempre terzo ma di una voce originale e autonoma. Non è facile comprendere tuttavia perchè certe opere siano collocate fuori ordine cronologico e anzi, tranne una certa coerenza nella prima sala, verifichiamo che l'ordine temporale è spesso volutamente compromesso e invertito, con effetti abbastanza stranianti per il visitatore.
Assai discutibile l'allestimento di Ronconi: i quadri sono collocati entro doppi pannelli e visibili attraverso delle finestre che negano il confronto, anche per le opere nate insieme come le ante d'organo di San Bartolomeo. Le luci verticali uscenti dall'alto e con colori ora verdi, rossi, azzurri creano un'atmosfera da piano bar, un po' fastidiosa. E' la tendenza a una spettacolarizzazione assoluta dell'arte, a una sua trasformazione in 'schermo' che ne nega ogni relazione che sembra appagare il gusto comune.
Per chiudere una domanda: ma nelle ampie sale di palazzo Venezia, qualche divano per far accomodare i visitatori avrebbe guastato questo prezioso allestimento? Forse si vuole scoraggiare la sosta e invitare all'uscita. L'importante è pagare il biglietto...
Sebastiano del Piombo 1485-1547
Roma, palazzo Venezia, fino al 2 giugno
Tutti i giorni dalle 10:00 alle 20:00
Venerdì e sabato dalle 10:00 alle 22:00
Berlino, Gemaldegalerie, 28 giugno - 28 settembre 2008
Contenuti:***
Qualità delle opere:****
Allestimento: **
Catalogo: ****
Giudizio Complessivo:***
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5/18/2008 05:57:00 PM
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